SCUOLA SECONDARIA DI 1° GRADO "G. LOZER" PORDENONE - UNREGISTERED VERSION

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Contesto territoriale

OFFERTA FORMATIVA
 




Tratto da:
PORDENONE
Storia e cronaca di una città dalle origini ai nostri giorni
Testi: Prof. Giosuè Chiaradia
Azienda Autonoma del Turismo di Pordenone


 
 

Tra l'Europa degli Asburgo e il mare di Venezia

Pordenone ("Portus Naonis") è città di sicura origine romana: non tanto là dove oggi si estende il centro storico, quanto più a est, nella frazione di Torre, dove sono venuti alla luce illustri resti di un porto, una villa, un edificio cultuale (su cui poggia l'attuale antichissima pieve), e dove il nucleo primitivo del castello (la "Turris", appunto) pare certo di origine romana. In conseguenza di ciò, l'attuale frazione di Torre fu per un millennio staterello autonomo, appartenente al Patriarcato d'Aquileia e infeudato ai signori di Ragogna: solo nel 1810 divenne frazione di Pordenone.

Tuttavia il porto romano di Torre già intorno al Mille era decaduto e si dovette (forse per interramento del fiume Noncello o "Naon") spostarlo più a valle, dove anche oggi il fiume è dotato di notevole portata, pur a solo un paio di chilometri dalle tante sorgenti o, meglio, "resorgive".

Fu allora che il povero nucleo romano-medievale di Pordenone divenne "Portus Naonis " (nome che compare nel 1192-1194) e si dotò di una struttura portuale da cui per almeno otto secoli sarebbe dipesa la sua fortuna. Fortuna di mercanti, fornaciai, battiferro e battirame, tessitori, orefici, cartai, ceramisti, fusori, mugnai, lanaioli, setaioli: ma tutti in funzione di quel porto che allungava il tiro delle speranze e delle idee.

Cosi si è creata, secoli prima della rivoluzione industriale del sec. XIX, una classe imprenditoriale sulla cui storia si è recentemente inserita quella moderna, che ha fatto di Pordenone uno dei massimi poli industriali del Friuli e dell'Italia. Il sito su cui sorse la città fu, dunque, una scelta naturale ed economica: era il punto più a nord, più vicino al cuore dell'Europa, che potesse essere raggiunto da chi proveniva dall'Adriatico e volesse seguire, come per secoli e secoli si fece, la via dell'acqua.

Ne è una riprova lo stemma della città, definitosi nella forma attuale nel 1401, ma certo più antico, che mostra una porta turrita, aperta sulle onde del mare, recante sui battenti e sull'arco le famose vocali asburgiche AE.I.O.U.: Austriae est imperare orbi universo, è destino dell'Austria comandare su tutto il mondo.

Vediamo che cosa c'entra l'Austria. Situata strategicamente tra il mare di Venezia e l'impero di Germania e poi d'Austria, Pordenone era destinata ad essere preda ambitissima: del Patriarcato d'Aquileia (cioè del Friuli), dei da Camino signori di Treviso, di Venezia e dell'Impero. Cosi appartenne ai signori di Baviera (952-976), agli Eppenstein di Carinzia (976-1122), ai Traungau di Stiria (1122-1192), ai Babenberg d'Austria (11924246) e infine agli Asburgo (12784508). Poi, dopo essere stata per pochi anni signoria autonoma d'un famoso condottiero umbro a servizio di Venezia, Bartolorneo Liviano d'Alviano, e dei suoi eredi (1508-1532), passò definitivamente a Venezia che la controllò dal 1532 al 1797, quando, con il noto trattato di Campoformido, ripassò con tutto il Veneto e il Friuli all'Austria: solo nel 1866 Pordenone entrò a far parte dell'appena costituitosi Regno d'Italia. Ma durante tutti questi secoli, almeno da quando nel corso del Duecento la città elaborò i propri statuti, Pordenone si autogovernò come comune praticamente libero: in occasione dei due patroni della città S. Giorgio (23 Aprile) e S. Marco (25 Aprile), la città eleggeva i propri rappresentanti e magistrati: al governo transa transalpino o lagunare spettava soltanto la designazione, tra gli eletti, del podestà. E ad ogni cambiamento di proprietà, ad ogni successione, il signore lontano riconfermava gli statuti e i privilegi dei quali Pordenone era estremamente gelosa. E anche per questa fierezza autonomistica che la città è potuta diventare capoluogo di provincia nel 1968 e sede vescovile della diocesi di Concordia-Pordenone nel 1974.

Si entra per una porta et si ensse per l’altra: va in longo

La struttura del centro storico di Pordenone fu frutto di due esigenze: una di ordine naturale, e una di ordine storico. La natura aveva messo a disposizione una lunga e ondulata collina che, perpendicolare al Noncello, fiancheggiata da belle rogge e da tratti di palude, si protendeva verso nord; la storia, da parte sua, descrisse, a un paio di chilometri a nord del porto, una innominata strada romana (una variante della Postumia?) che, tracciando un ampio arco, passava a nord della linea delle resorgive, delle rogge, del fiume, delle paludi.

La coincidenza dei due fattori diede alla città un andamento longilineo, impostato cioè su un unico asse che dal porto tendeva verso nord, verso la strada dei commerci: da un capo il porto che metteva in comunicazione con Venezia e il mondo adriatico, dall'altra l'antica viabilità che s'apriva al mondo transalpino, innestandosi sul sistema viario romano e medievale che collegava il mondo padano con quello danubiano. Per questo, quel "senofonte" veneziano che risponde al nome di Marin Sanudo, visitando il Friuli intorno al 1483, poteva dare di Pordenone questo puntuale ritratto: Pordenon è bellissimo, pieno di case, con una strada molto longa, si entra per una porta et si ensse per l'altra: va in longo". Effettivamente questo andare in longo è sempre stata la caratteristica di Pordenone: solo a nord e a sud della città murata si moltiplicarono i borghi, oggi completamente inglobati nel tessuto urbano che va dilatandosi non più in longo ma a raggiera lungo le grandi arterie oggi pulsanti di un traffico sempre più intenso. Ma il cuore è ancora là, lungo il Corso Vittorio Emanuele (la "Contrada Maggiore" e il suo prolungamento settentrionale costituito dal Corso Garibaldi (il "Borgo S. Giovanni" o semplicemente "Borgo" per antonomasia tra la Porta Furlana (abbattuta nel 1837) a sud, sul porto, la Porta Trevisana o della Bossina (abbattuta nel 1908) a mezzo tra la "Contrada" e il "Borgo", e infine i Portoni di S. Giovanni a nord (probabilmente abbattuti nel 1816).

Se delle porte non restano tracce, tutto il ricco patrimonio architettonico che i secoli dal XIII in poi, fino al Liberty, hanno disseminato nella "Contrada" e nelle sue adiacenze, e infine nel "Borgo", resta praticamente intatto: se qualcosa manca, la colpa è solo dei bombardamenti del 1944, là dove la fretta del dopoguerra ha abortito un penoso rattoppo. Ma i palazzi che ospitarono Enea Silvio Piccolomini e Gerolamo Fracastoro, Marcantonio Flaminio e Carlo e Gaspare Gozzi, Napoleone e Francesco Giuseppe, Maria Amalia regina di Napoli e Francesco IV duca di Modena, Giuseppe Garibaldi e Gabriele d'Annunzio, sono ancora tutti li, fortunosamente e fortunatamente, a dire l'orgoglio d'una cittadina cui non è mai mancata la voglia d'essere più grande.

Passeggiare per il centro storico di Pordenone, anche se non è sempre agevole (sarà difficile, infatti, escludere totalmente il traffico dalle due importanti arterie che lo costituiscono), è tuttavia prodigo di soddisfazioni. Non mancano, infatti, i momenti esaltanti. Quando ci si trova davanti alla gotica e rinascimentale Loggia del Comune, da quasi sette secoli gelosa custode delle libertà cittadine, ci si sente quasi assaliti dallo sfarzo di storia, d'arte, di cultura che gli edifici circostanti trasudano. Qui i due Palazzi Mantica che nel Rinascimento furono vivaci centri culturali, onde mossero begli ingegni per la corte ferrarese di Lucrezia Borgia e quella romana di Leone X; dove nacque la prima Grammatica Italiana, opera di Gianfrancesco Fortunio, pubblicata poi ad Ancona nel 1516; dove nel 1762 fu fondata l'Accademia degli Infiammati. Lì il Palazzo Ricchieri, culla per sei secoli di docenti universitari, di uomini d'arme, di geografi, sede dal 1653 dell'Accademia degli Oscuri e dal 1970 del Civico Museo d'Arte: uno stranissimo edificio su cui i secoli si sono affannati a concrescere, stratificando romanico e gotico, rinascimento e barocco in un impasto unico ed affascinante. Poco oltre, sotto l'imponente mole d'uno dei più bei campanili romanico-gotici d'Italia, il Duomo, di cui l'umile incompiuta facciata non lascia pregustare le tante gioie artistiche del composito interno, dove Giovanni Antonio da Pordenone iniziò e concluse la sua travagliata esistenza di grande pittore del Rinascimento.

Riservati ad osservatori più attenti sono i palazzi dei due corsi, dove la povertà delle origini romanico-gotiche fa brillare la signorilità del Rinascimento, la castigata fastosità del Barocco, l'austero classicismo dei secoli XVIII-XIX, il tutto infiorato da qualche tocco (un tantino, per fermare un'epoca) di Liberty.

Nel nome di Giovanni Antonio detto il Pordenone

Se la piacevole e facile lettura del patrimonio architettonico può essere soddisfatta con una passeggiata nel centro storico, la scoperta del patrimonio figurativo va fatta entrando nel Civico Museo d'Arte di Palazzo Ricchieri, e soprattutto nelle tante chiese. E’ commovente pensare che la piccola Pordenone di fine Duecento e primo Trecento, composta di 1500-2000 abitanti, abbia avuto la forza morale di esprimere, in breve volger d'anni, gli Statuti, la Loggia del Comune, la torre cuspidata del Campanile, il Duomo di S. Marco, la Chiesa del Cristo, il tutto, dal punto di vista architettonico, opera di artisti ed artigiani locali. Il Duomo fu anzi avviato nella metà del Duecento, anche se il risultato attuale proviene da una serie di rimaneggiamenti operati in tutti i secoli fino al presente. Racchiude un ricco patrimonio figurativo, proficuo per la storia dell'arte non solo locale: il Trecento ha lasciato anonimi affreschi di scuola lagunare con reminiscenze giottesche; il Quattrocento gli affreschi di Dario Cerdonis o da Pordenone; il Cinquecento è presente più d'ogni altro secolo con tre opere scultoree di G. A- Pilacorte, lombardo fattosi friulano, cinque tra pale e affreschi del grande Giovanni Antonio de' Sacchis detto il Pordenone, che ben figura nel panorama del Rinascimento italiano, due pale del vicentino M. Fogolino, una del friulano P. Amalteo, una del Tintoretto, un cielo d'affreschi del pordenonese G. M. Zaffoni detto il Calderari; il Seicento è testimoniato da una pala del veneziano P. Muttoni detto della Vecchia, e da una statua del ferrarese F. Porri; il Settecento dall'organo, da due angeli mannorei di G. Bernardi-Torretti maestro a Venezia del Canova, e infine dalla Via Crucis del bellunese G. Diziani.

A pochi passi, in Piazza della Motta, dove il mercoledì e il sabato continuano festosi i plurisecolari mercati, l'ex-Convento di S. Francesco, con chiesa e chiostro, durante i recenti restauri ha offerto pregevoli affreschi del Quattrocento. Più in là, la Chiesa del Cristo in analoga circostanza ha messo in luce un importante cielo pittorico gotico del secondo Trecento, di mano illustre, riminese o bolognese. Si guardi poi sopra l'altare: il Cristo che ha dato il nome alla piccola chiesa è un'interessante opera lignea del Cinquecento di artista non locale. Il nome primitivo dell'edificio era quello di S. Maria degli Angeli o dei Battuti: vi risuonarono, infatti, dal primissimo Trecento, le laudi d'origine umbro-toscana di quest’importante Confraternita, fondatrice di pressoché tutti gli ospedali del Veneto e del Friuli, compreso quello di Pordenone. E là, sulla piazzetta (il "campiello" del Cristo), i Battuti mettevano in scena le loro "sacre rappresentazioni", le uniche di tutto il Friuli che ci siano pervenute, assieme alle laudi.

Piccolo gioiello del più bel Rinascimento è l'ottagonale Chiesa della SS.ma Trinità, appena oltre il Ponte "di Adamo ed Eva" (in realtà Giove Giunone), con ricco patrimonio pittorico del pordenonese G. M. Zaffoni detto il Calderari.

Dalla parte opposta, a nord, del primo Settecento è il neoclassicheggiante Chiostro dei Domenicani (in Piazza XX Settembre), sede in quel secolo dell'Accademia dei Repullulati. A poca distanza, facilmente riconoscibile per l'originalissimo campanile a colonna del pordenonese G. B. Bassi, è la Chiesa neoclassica di S. Giorgio "in Borgo", dove è possibile l'incontro con l'opera di alcuni artisti locali dei secoli XIX-XX, tra cui lo scultore L. De Paoli e il pittore M. Grigoletti (tra i nomi più significativi del tardo Ottocento italiano), anche se l'opera d'arte più importante è la seicentesca pala dell'altar maggiore del pordenonese G. Narvesa. Altre opere del grande Pordenone e di altri nomi significativi si possono ammirare nelle chiese dei sobborghi e delle frazioni: a Roraigrande (Pordenone appena restaurato e Grigoletti), a Torre (Pordenone), a Villanova (Pordenone e Pilacorte), a Vallenoncello (Pordenone e Calderari).

Pordenone è dunque la tipica città italiana discosta dai grandi centri culturali, all'ombra dei quali dovette pur svolgersi la sua vicenda, e che nel contempo seppe brillare di luce propria, giungendo non di rado a dire ad alta voce la propria parola.

Ieri guardati con sospetto oggi cercati per la cultura

A qualche chilometro dal centro storico di Pordenone, l'attuale frazione di Torre ha avuto nei secoli una storia giuridicamente eccezionale: all'interno dello staterello pordenonese appartenente a signori transalpini fino al 1508, Torre appartenne sempre al Friuli unito in quel saldo organismo denominato Patriarcato d'Aquileia, dal nome di quella grandissima colonia romana verso la quale sono debitori di civiltà tutti i popoli del mondo danubiano e balcanico. Questa sua eccezionalità, Torre la doveva all'antichità delle sue origini e del suo porto. Se le testimonianze d'un insediamento palafitticolo e comunque preistorico sono ancora sub judice, non si possono certamente disconoscere le sue illustri prove di romanità: sepolcreti, rocchi di colonne, tessere musive policrome, lacerti e stupendi affreschi d'una villa, marmi esotici, monete greche e romane, ecc., il tutto riunito dall'archeologo Giuseppe di Ragogna nel castello di Torre.

Tale castello, per quanto gravemente manomesso nel nostro secolo, poggia su basi attribuibili a una turris romana e forse all'interno di un insediamento pre-romano: testimonianza indiretta dell'antichità del castello è la vicina pieve, sorta sulle fondamenta d'un edificio cultuale romano, nominata già in un documento dell'802, chiesa matrice e centro di diffusione del Cristianesimo per un'ampia zona circostante (probabilmente tutta la parte alta del Friuli Occidentale). Il castello vide l'alternarsi di vari proprietari, finché nel 1390 passò nelle mani dei conti di Ragogna, che tennero il feudo fino al 1810 e continuarono poi ad abitarvi fino al 1971, anno in cui si spense l'ultimo discendente dell'illustre famiglia, il conte archeologo. Tra breve, per volontà testamentaria dello stesso ultimo proprietario, il castello diverrà Museo Archeologico del Pordenonese. Anche Pordenone ha il suo castello: nemmeno questo è un falco sulle rupi, dato che siamo in pianura, ma un forte maniero issato su una collina a guardia del porto, del fiume e della città. La sua origine è di molto posteriore a quella del castello di Torre: risale intorno al 1270 e fu voluto da Filippo Ulrico di Carinzia, proprio per contrastare la potenza del vicino castello di Torre (suscitò infatti le vivaci proteste di quei castellani e del Patriarca d'Aquileia) e per rinsaldare anche militarmente l'autonomia dello staterello pordenonese. Per questo i Pordenonesi, gente di bottega e di mercatura e d'ingegno ma non di guerra, lo guardarono sempre con sospetto: staccato dalla città, esterno alla prima cerchia di mura e solo nel Rinascimento inglobato nel tessuto urbano da una più ampia cerchia, era il simbolo della mano imperiale sulla città, la dimora del "capitano cesareo", come poi, dopo la conquista veneziana del 1508, fu reggia della breve signoria dei d'Alviano e, dopo il 1532, sede del "capitano-provveditore" che Venezia annualmente inviava a sorvegliare la preziosa città del Noncello. Il suo momento di gloria lo ebbe durante il Rinascimento, quando, al tempo della signoria dei d'Alviano (proprio di quel Bartolomeo Liviano che fu uno dei più grandi condottieri dell'epoca, più volte vincitore degli Asburgo), il castello ospitò fior di letterati riuniti nell'Accademia Liviana: facciamo i nomi, almeno, dei veneziani A Navagero e forse P. Bembo, dei veronesi G. Cotta e G. Fracastoro, del trevigiano G. Aleandro docente alla Sorbona e bibliotecario alla Vaticana.

Il castello di Pordenone decadde nel 1600-1700, fu abbandonato agli usi più strani, finché nel 1883 la nuova Italia lo sconvolse adibendolo a carcere. Ora che è stato decretato il trasferimento delle carceri in altra sede, Pordenone potrà entrare finalmente in possesso del suo castello e riabilitarlo a scopi culturali, dopo oltre settecent'anni dalla fondazione. Molto più interessante, e con una storia totalmente diversa, è invece il bel castello di Porcia, "castelluzz assai bello e buono " come scriveva il Sanudo giusto mezzo millennio fa. Ma di esso si discorrerà meglio in altra parte.

Naves ad Portumnaonis

Anche se oggi i rapidi collegamenti stradali, autostradali, ferroviari, sembrano fare di tutto per cancellarlo, Pordenone è figlia del Noncello. Per una ragione molto semplice: perché il suo porto fluviale era il punto più settentrionale che potesse essere raggiunto per via d'acqua partendo dall'Adriatico e seguendo il sistema idroviario Livenza-Meduna-Noncello.

Se ne accorsero subito i Romani, che a Torre di Pordenone attrezzarono un porto di cui sono state ripescate pochi decenni fa le banchine. E’ per questo che, nel Medioevo feudale, re d'Italia e imperatori del Sacro Romano Impero non vollero concedere il territorio pordenonese al Friuli, ma lo tennero per sé, come curtis regia, territorio alle loro dirette dipendenze, privilegiato con particolari esenzioni.

E’ in questo contesto, storicamente cosi interessante, che nasce poco dopo il Mille Pordenone, prima piccolo villaggio (un porticciolo, una torre di guardia, un traghetto, una dogana per le naves euntes ad Portum Naonis, come dice un testo del 1273), poi meta preferita di mercanti ed artigiani veneti, toscani, lombardi, emiliani, che nei secoli si guadagneranno palazzo e nobiltà dietro il banco della bottega e sui libri contabili, e che, sotto il blasone, continueranno a lavorare spartendosi tra il magazzino del pianterreno e, al piano nobile, gli ospiti dell'accademia domestica: erano, quelli, anche per Pordenone, i tempi in cui il capitale, attraverso i molti rigagnoli del mecenatismo, diventava arte e cultura. E se le molte rogge, che rigano la pianura ai lati del centro storico, alimentavano molini e battiferro, industrie cartarie e ceramiche, cotonifici e setifici, era sempre quel porto a fare da volano: se la cultura umanistica, sempre vivace in Pordenone, commossa dalla bellezza del verdissimo fiume, vi vedeva danzare le ninfe noncelliane, i mecenati più prosaicamente ne traevano casa, pane e companatico per sé e per gli ospiti. Cosi per secoli e secoli, con un sempre più fitto andirivieni tra Pordenone e Rialto, tra il S. Marco del fiume e il S. Marco della laguna, Venezia, impossessatasi di Pordenone nel 1532, non ebbe che da riconfermare gli storici privilegi, potenziandone ulteriormente i traffici e riconoscendo ufficialmente l'antica corporazione dei marinai, che aveva il monopolio dei trasporti di merci e passeggeri lungo il sistema idroviario. Il tramonto delle attività portuali, iniziato un secolo fa con l'arrivo della ferrovia, si concluse nei primi decenni del nostro secolo. Oggi, se da una parte si ripropone in prospettiva il riutilizzo economico del Noncello, accanto a quello sportivo e turistico già in atto, dall'altra i tempi hanno imposto con carattere d'urgenza un altro progetto, ormai in fase di realizzazione: il Parco Fluviale. Ci si è accorti che non solo il fiume è ricco di un'importante fauna ittica (dalla trota al temolo, dalla lampreda al cavedano) perché ancora fondamentalmente sano, ma che anche è frequentato stabilmente da folaghe e cigni e tante altre specie di animali acquatici (tra cui perfino la lontra), ed è circondato, proprio nel tratto più vicino alla città, da una flora spontanea di salici, pioppi, betulle, roveri, olmi: un autentico giardino zoologico e botanico puramente naturale, addossato al centro storico, una fortuna che città ben più grandi non possono che invidiare. Di qui la necessità, fortemente sentita e ormai in via di riconoscimento e di concreta attuazione, di un Parco Fluviale a vari livelli di conservazione e di utilizzo: da una zona dove la natura deve restare assolutamente libera e indisturbata, a una zona aperta solo allo studio e alla didattica; da una terza zona a libera frequentazione, all'ultima attrezzata per lo svago e lo sport, soprattutto per la nautica (che sul Noncello ha tradizioni gloriose) e l'equitazione.

Ma c'è di più: la presenza del fiume e soprattutto di tante rogge e tanti laghetti, un tempo ambedue così importanti per la vita economica, ha determinato una serie pressoché continua di giardini e parchi, alcuni saggiamente già acquisiti a pubblica fruizione, altri privati, che costituiscono preziosi polmoni verdi per una città che in pochi decenni, sotto la spinta d'un accelerato processo industriale, ha visto triplicarsi il numero dei suoi abitanti, con conseguenze di urbanizzazione facilmente intuibili. Pordenone può dirsi, tuttavia, una città ancora fortunata.

Sappiate che per li poeti queste sono arie benedette

Gaspare Gozzi, noto scrittore e primo giornalista del Settecento italiano, all'amico Federigo Seghezzi, un paio di secoli fa: "Oh che canzonette profumate vorrei che mi andassimo alternativamente recitando a mezza voce sulla riva di questo Metuna! Sappiate che per li poeti queste sono arie benedette; e che un miglio lontano da casa mia, v'è quel Noncello sulla riva del quale camminò un tempo il Navagero. Non v'accerto che vi sieno giù dentro le Nìnfe come a quei dì: ma vi sono però trote e temoli, che valgono una ninfa l'uno. Orsù via […] sarete subito corteggiato da capponi, da anitre, da pollastri e da polli d'India […] Il bere sarà d'un vino colorito come i rubini. Pane abbiamo bianchissimo come neve che fiocchi all'ora, ma sopra tutto un'allegrezza di cuore che non si canta sempre, perché la voce manca più presto della contentezza..."

Da quando nel 1891 il Targioni-Tozzetti la accolse come esemplare nella sua Antologia della Prosa Italiana, questa lettera è divenuta carissima al cuore degli studiosi pordenonesi: fu scritta, infatti, nella villa che i conti Gozzi avevano ed hanno a Visinale di Pasiano, a pochi chilometri da Pordenone, sulle sponde del Meduna e del Noncello; tanto più che gli stessi Gozzi erano legati a Pordenone, dove avevano casa e congiunti (il noto fratello di Gaspare, Carlo, buon commediografo, mise qui in scena una sua commedia e vi recitò lui stesso).

Del vasto patrimonio d'arte, unico al mondo nel suo genere, lasciato nel Veneto e nel Friuli dalla "civiltà delle ville", il territorio di Pordenone ha la sua parte, e non oscura, anche se lo stato in cui si trovano molte di esse trasforma il vanto in triste meditazione sullo spreco di tanta bellezza e saggezza. Limitandoci a Pordenone, citiamo dapprima la Villa Ottoboni, proprio all'ingresso nord della città apparteneva a una nobilissima famiglia veneta, stabilitasi a Pordenone ancora nel Rinascimento, da cui un secolo dopo usci papa Alessandro VIII.

Del complesso cinquecentesco, un tempo circondato da vastissimo parco travolto dalla crescita della città, non resta che l'aspetto meno significativo, la barchessa, capace tuttavia di dare una vaga idea del complesso.

Interessantissima è la Villa Sardi-Brugnera, gioiello rinascimentale di toscana eleganza, in cui un recente intelligente restauro operato dai proprietari ha messo in luce pregevoli affreschi databili almeno al tardo Cinquecento: si trova all'estremo limite occidentale della città, in località Roraigrande, al confine con il comune di Porcia. A sud della città, oltre il Noncello, abbiamo invece le tre ville dei nobili pordenonesi Cattaneo: vasti edifici seicenteschi, architettonicamente interessanti, situati nelle frazioni di Villanova e di Vallenoncello e, appena oltre il ponte "di Adamo ed Eva", nel quartiere delle Grazie, ma in condizioni di abbandono.

Se il panorama delle ville pordenonesi, salvo lodevoli eccezioni, non è certamente esaltante (il che è parzialmente compensato dalla presenza di numerose e belle ville moderne), abbiamo nella vicina Porcia, in frazione Roraipiccolo, un autentico gioiello in buono stato di conservazione, anche se sono maturati i tempi per un restauro almeno conservativo. Ci riferiamo alla villa fatta erigere alla fine del 1600 o al principio del 1700 dai nobili veneziani Correr, proprietari a Venezia di palazzi sul Canal Grande e presenti a Roraipiccolo con proprietà fin dal 1400; ed oggi dei conti Dolfin, cui è passata per matrimonio nel 1848, altra grande famiglia veneziana (un doge e sei cardinali).

Massiccia e solenne come un fortilizio, ha pressoché la forma d'un cubo ingentilito da eleganti finestre, ballatoi, colonnati, modiglioni e una dozzina di statue: è forse opera del noto architetto veneziano A Gaspari. E’ inserita in una vasta proprietà ed è impreziosita da giardino e parco ricchi di secolari piante. L'interno, in buone condizioni statiche anche se adibito a magazzino di prodotti agricoli, presenta otto sale e due vastissimi saloni collegati da scalone d'onore, con soffitti alla sansovina, grandi camini, vaste pareti affrescate nel più fastoso barocco.

Il complesso è dotato di barchessa (con elegante colonnato dorico) e di cappella con belle statue lignee. Le sta accanto, separata solo dalla strada Pordenone-Porcia, la villa Gabelli, in stato però di deplorevole abbandono.

Rami vecchi e nuovi dal ceppo d'oro del folklore

Particolarmente ricco il folklore pordenonese: per quanto nei decenni scorsi soggetta a una massiccia immigrazione, la città del Noncello ha saputo mantenere intatto il suo patrimonio folklorico, lo ha anzi rinverdito ed arricchito, per merito soprattutto dell'Associazione Propordenone, dell'Azienda Autonoma del Turismo, dell'attivo volontariato di molti gruppi di operatori, del lavoro, infine, di alcuni appassionati studiosi. Nel folklore la città dimostra non solo la sua appartenenza al Friulì e la sua vicinanza al Veneto, ma anche la funzione di mediazione compiuta in ogni tempo tra il mondo danubiano-balcanico e quello mediterraneo, funzione che fa dell'intero Friuli non certo una regione marginale ma un autentico crocevia d'Europa.

L'anno folklorico comincia, come è noto, con la Festività dei Defunti. Anche se l'aspetto religioso da una parte, e l'irriverente modernismo dall'altra, sembrano ormai aver cancellato il preesistente motivo della festività (nella preistoria e nell'antica Roma, si sa, era l'atto comunitario di ringraziamento, alla fine dei raccolti, verso coloro che ci hanno preceduto nella proprietà e nel lavoro della terra, accompagnato dalla sensazione d'un loro ritorno alla casa avita), tuttavia se ne nota ancora una traccia nella riunione dei parenti sulla tomba del defunto, nella cena del primo di Novembre, nella consumazione di castagne e "favette", nella riscoperta della comunità dei vivi in nome e in ricordo dei defunti.

Altro appuntamento novembrino, solitamente nella settimana intorno all'antica sagra di S. Martino, è la Festa della Contrada Maggiore, che coinvolge tutta la città con mostre d'arte, concorsi vetrinistici, castagnate, bancarelle di dolciumi, mostre-mercato del dolce tipico di produzione locale, rassegne di prodotti artigianali e dì artigiani al lavoro: è un’inizìativa dell'Associazione Propordenone che, in questo modo, ha certo contribuito a risvegliare il centro storico, ora finalmente interessato da ampi progetti e lavori di restauro. A Dicembre l'appuntamento è costituito dai doni d'inverno: mentre a Porcia e in tutta la periferia della provincia prevale nettamente come portatore di doni S. Nicolò (6 Dicembre), uso certamente molto più antico, a Pordenone è S. Lucia (13 Dicembre) a riempire di doni le scarpe o le calze o il piatto dei bambini.

Per quanto riguarda gli adulti, è ormai invalso a Pordenone l'uso delle cene sociali a base di piatti e vini tipici della zona, appunto in tale occasione. Natale e Capodanno, con il centro storico addobbato a festa, sono festeggiati più o meno come dovunque, secondo la moda imposta dal recente consumismo: un momento particolarmente commovente è comunque la consegna del tradizionale premio "Stella di Natale" a coloro che, in tutta la provincia, si sono distinti per un gesto di bontà particolarmente eroico. Ma nelle case dotate di caminetto non è ancora scomparso, o è stato recuperato, l'antico ceppo natalizio che arde la sera del 24 Dicembre, fin oltre la Messa di Mezzanotte sempre affollatissima.

Resiste ancora (è anzi in recupero) la tradizione tutta italiana del presepe, anche se l'attuale livellamento delle tradizioni ha imposto d'autorità l'uso transalpino dell'albero natalizio e dei doni sotto di esso, portati dall'americano Babbo Natale.

Spiccatamente friulana, particolarmente diffusa tra Tagliamento e Livenza e Piave, è la tradizione del falò propiziatorio che, costruito secondo sistemi millenari, arde nelle piazze cittadine, nei crocicchi dei borghi, nei campi, sulle colline la sera del 5 Gennaio. Per chi quella sera si mettesse a girovagare in macchina per la provincia, c'è uno spettacolo indimenticabile: canti popolari, balli, per tutti vino e pinza (il tipico dolce epifanico a base di farina di mais) e i tradizionali presagi sull'andamento dell'annata agraria in base al percorso del fumo e delle faville. In città il falò è organizzato in Piazza della Motta dalla Propordenone. Quanto alla Befana, comincia a comparire anche qui come portatrice di doni: ma è tradizione recente importata dalla penisola italiana dove è molto diffusa (più antichi sono, come portatori di doni, i Re Magi, ma è tradizione locale in via di sparizione).

Dopo le fredde sagre d'inverno, riscaldate dal vino e dalla grappa, addolcite dalle arance e dalla frutta secca, come S. Agnese in Roraipiccolo di Porcia (21 Gennaio) e S. Valentino in un omonimo quartiere di Pordenone (14 Febbraio), importantissimo appuntamento del folklore locale è il Carnevale, che comprende la sfilata-concorso dei carri mascherati, organizzata dal Centro Turistico Giovanile, e la grande mascherata in "Contrada Maggiore", organizzata dall'Azienda Autonoma del Turismo, con balli, concorsi, concerti, spettacoli d'arte varia, animazioni e soprattutto migliaia e migliaia di maschere, alla migliore delle quali viene assegnato un premio: una tradizione che, pur di recente rinverdita, è molto antica (ci è pervenuta una minuziosa documentazione dell'analoga manifestazione del 1783).

Dopo i tradizionali veglioni, la giornata delle Ceneri vede i pordenonesi recarsi sui vicini prati della Comina (la vasta pianura a nord della città, dove nel 1910 fu avviata per iniziativa locale la prima scuola d'aviazione civile italiana) per consumare la renga (aringa) quaresimale. Se, in una borgata di Porcia, S. Giuseppe (19 Marzo) apre la stagione delle sagre primaverili, a mezza Quaresima il più importante appuntamento pordenonese è il processo e rogo della "vecia". Non è uso esclusivamente locale, poiché se ne trovano attestazioni che vanno dal Portogallo alla Slovenia, ma è vivo soprattutto nel mondo veneto friulano, con particolare concentrazione in provincia di Pordenone. Si tratta di un'antichissima tradizione, scivolata dal Carnevale alla mezza Quaresima, in cui si concentrano (come e più che nel "falò) preistorici riti di propiziazione connessi con il culto della fertilità, riti di "eliminazione" attraverso la distruzione di un feticcio, e inoltre gli elementi tipici del Carnevale di tutto il mondo ("contrasto" drammatico tra elementi opposti, festevole e scusabile licenziosità, idea e speranza d’una palingenesi, d'un rovesciamento globale della società, ecc.). Un corteo mascherato, preceduto dalla banda e dal fantoccio della vecia, parte da Piazza della Motta, attraversa il centro storico alla luce delle torce, sosta infine in Piazza XX Settembre, dove una parodia di corte incolpa la vecia di tutto ciò che non funziona, soprattutto a Pordenone. Il tutto condito con qualche grossolanità e battute salaci che addolciscono l'italico aceto delle denunce.

A parte la tradizione delle uova pasquali dipinte, ovviamente diffusa in tutta la penisola, Pasqua non ha particolari accadimenti folklorici: anche la tradizionale gitarella di Pasquetta rientra nelle abitudini di molti italiani. I pordenonesi, tuttavia, possono recarsi la sera del Venerdì Santo a Erto per la plurisecolare Sacra Rappresentazione della Passione.

La festività di S. Marco (25 Aprile), cui Pordenone è dedicata fin dall'origine, è festeggiata con particolare solennità sia dalla Propordenone (con la consegna del premio "S. Marco" a coloro che in città e provincia maggiormente si siano distinti nei vari settorí dell'attività umana), sia dall'Amministrazione Comunale, che promuove varie manifestazioni, tra cui l'addobbo floreale del centro storico e l'antica passeggiata sui prati della Comina a consumarvi la tradizionale fortajada (frittata) per tutti. Per quanto l'Amministrazione Regionale e quella Comunale promuovano a Pordenone varie manifestazioni estive d'alto livello (concerti, balletti, rassegne di prosa e cinematografiche, ecc.), l'estate dal punto di vista folklorico è soprattutto purliliese: la Sagra di S. Antonio (13 Giugno) nell'omonima frazione di Porcia, la Sagra del Carmine (16 Luglio) a Palse di Porcia, e infine a Porcia stessa la Sagra dell'Assunta nella settimana di ferragosto: sette giorni di allegria, concerti bandistici, una tradizionale processione religiosa, una mostra-mercato di prodotti agricoli ed artigianali, chioschi di specialità culinarie locali, e soprattutto il palio dei muss (asini) che è l'avvenimento più atteso. Lo precede un apposito rituale che va dagli allenamenti ai controlli di un'apposita commissione, dalla veglia con l'animale alla "mossa" con tanto di canapo e sparo del via: dopo aver percorso (si fa per dire: in realtà la cosa non è facile) un breve tratto di via, gli animali devono imboccare la porta dell'antica torre campanaria e salirne le 45 rampe fino alla cella. Settembre, infine, vede una nutrita serie di manifestazioni che vanno da quelle di contorno alla Fiera Campionaria Internazionale (prima decade del mese), alla Sagra della Madonna delle Grazie, (intorno all'8 Settembre, presso l'omonimo santuario), fino alle due manifestazioni fluviali: la Festa del lago della Burida e la Festa del Noncello, promosse la prima da gruppi ecologici, la seconda dalla Propordenone, per la salvezza d'un patrimonio idrico di cui Pordenone e Porcia sono particolarmente ricche. Ci sono da ultimo manifestazioni non legate a ricorrenze calendariali, come i mercati del mercoledì e del sabato a Pordenone (risalenti l'uno al Medioevo, l'altro al Rinascimento) e quello del venerdi a Porcia. Ma soprattutto si desidera richiamare l'attenzione del visitatore sui quattro appuntamenti stagionali indetti dalla Propordenone, e cioè le quattro mostremercato dell'artigianato in Contrada, dove la suggestione dell'artistico corso esalta il fascino del prodotto antiquario.


 
 
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